Definizione di capacità produttiva di un impianto recupero rifiuti.

Interpretazione normativa alla luce delle nuove applicazioni Regionali

La progettazione di un impianto rifiuti deve tener conto di una serie di limiti gestionali e tecnologici atti a giustificare la tipologia di procedimento autorizzatorio scelto. In particolare per gli impianti che eseguono il recupero di materia e/o lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, è necessario dimostrare la cosiddetta “capacità produttiva dell’impianto”.

Tale necessità nasce dall’esigenza di garantire la congruenza del titolo autorizzatorio richiesto con i limiti normativi ambientali, infatti il superamento delle soglie progettuali attiverebbe dei procedimenti come lo Screening di V.I.A e la ben nota Autorizzazione Integrata Ambientale.

La definizione di “capacità produttiva dell’impianto”, trova approccio normativo attraverso svariate Circolari Ministeriali tra le quali si segnalano:

Circolare 13 luglio 2004 Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio. Circolare interpretativa in materia di prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento, di cui al decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 372, con particolare riferimento all’allegato I. (GU n. 167 del 19-7- 2004);

Circolare 14 novembre 2016 Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio. Criteri sulle modalità applicative della disciplina in materia di prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento alla luce delle modifiche introdotte dal D.Lgs 4 marzo 2014, n. 46.

A riguardo, per capacità produttiva si deve intendere “la capacità relazionabile al massimo inquinamento potenziale dell’impianto”.

L’appena citata definizione, trova spesso difficile applicazione in fase progettuale poiché in assenza di criteri specifici, lascia libero arbitrio di interpretazione alle Regioni e alle Agenzie Regionali (ARPA) creando disparità di valutazione e una “non” uniformità di giudizio tra le varie sezioni territoriali.

In molti casi l’attività è caratterizzata da discontinuità nella produzione o nei processi, da sequenzialità dei processi, da più linee produttive di diversa capacità non utilizzate continuativamente in contemporaneità e da pluralità di prodotti.

Attraverso la seguente tabella proviamo ad indicare gli elementi progettuali su cui effettuare la valutazione della capacità produttiva di un impianto di recupero e/o smaltimento rifiuti.

Tabella 1 -Criteri di base per la dimostrazione della capacità produttiva

Elementi impiantistici e tecnologiciDimostrare la capacità massima in funzione delle caratteristiche degli impianti posseduti.
Nei casi semplici corrisponde ai “dati di targa” della macchina. In presenza di più macchine annesse alla medesima produzione, considerare la somma della capacità tecnica di tutte le macchine in funzione contemporaneamente. Nei casi complessi va analizzata la contemporaneità degli aspetti produttivi, tra cui anche la Forza/lavoro intesa come numero dei dipendenti impiegati nel medesimo ciclo produttivo, infatti molte operazioni di recupero sui monomateriali, come carta, plastica, legno, metalli, ecc, avviene per semplice “selezione manuale” per cui anche in assenza di impianti tecnologici, potrebbe verificarsi un reale superamento delle soglie di produttività.
Elementi temporaliPer il periodo di utilizzo si assuma in generale che gli impianti possano essere eserciti continuativamente per 24 ore al giorno. Pertanto, la capacità produttiva sarà calcolata moltiplicando la potenzialità di progetto oraria per 24 ore. Tale definizione generale non si applica nei casi in cui gli impianti non possano per limiti tecnologici essere condotti in tal modo. Inoltre tale definizione non trova applicazione nel caso in cui il gestore dimostri attraverso strumenti legali, quali ad esempio i CCNL che le attività non supereranno le xxx ore settimanali e dunque le xxx ore al giorno.
In ogni caso sarà onere del gestore dimostrare i limiti temporali della produttività.
Elementi dimensionaliLe soglie dimensionali potrebbero essere superate in presenza di superfici disponibili superiori rispetto alla capacità dichiarata.
Esempio:
Un impianto chiede 40 ton di stoccaggio istantaneo di rifiuti pericolosi su una superficie di 60 mq. (si assuma il peso specifico pari a 1 per semplicità di analisi). Ci troveremo davanti ad una situazione in cui la capacità richiesta è pari a 40 t/istantaneo mentre la capacità teorica relazionabile al max inquinamento potenziale è pari a 60 t/istantaneo.
In tale circostanza il gestore si troverebbe in un bord-line di regime autorizzatorio consistente in un A.I.A (stoccaggio rifiuti pericolosi >50 t/ist) e una più semplice A.U.A. e/o art. 208 D. Lgs. 152/06 (stoccaggio rifiuti pericolosi <50 t/ist). Anche in questo caso sarà onere del gestore dimostrare che la configurazione dell’impianto è tale da garantire il rispetto dei limiti di soglia.

A cura dell’Ing. Antonio Mozzillo