Cerrado – la foresta sotto-sopra!

Il termine “Cerrado” deriva dal portoghese e vuol dire “inaccessibile”. Con questo nome è stata identificata la più grande foresta tropicale del mondo e si trova in Brasile. 

Oltre ad essere la più grande per estensione territoriale, è considerata la più importante dal WWF per la grande presenza di biodiversità (tra flora e fauna si contano decine di migliaia di specie differenti). 

 Il clima la caratterizza è caldo e umido nei periodi estivi ma con inverni molto secchi. Per quanto motivo gli alberi hanno sviluppato delle caratteristiche peculiari. Sono infatti, ricoperti da una spessa corteccia, con foglie appuntite e rigide. La tipologia di sottosuolo ha permesso alle loro radici di crescere ed estendersi per diversi metri di lunghezza, per assorbire quante più sostanze nutritive è possibile. 

Queste caratteristiche degli alberi sono molto importanti anche per difendersi in caso di incendi, che purtroppo si verificano non molto raramente in quella zona. In questo modo gli alberi, dopo aver subito un danno così profondo, riescono a rigenerarsi rapidamente, conservando così uno dei polmoni verdi più importanti per la vita dell’uomo sulla terra. 

Altrettanto interessante è il numero di abitanti del “cerrado”: oltre 1000 specie diverse di animali che si possono distringere tra rettili, anfibi, uccelli e mammiferi (giaguaro, tapiro brasiliano, cervo della pampa e tante altre ancora). 

Tale vastità di fauna e flora diversificata ha da sempre rappresentato una risorsa indispensabile per la popolazione indigena, consentendogli la sopravvivenza per secoli, oltre grazie alla rapida capacità di rigenerarsi del territorio, anche alla presenza di animali da poter crescere come domestici e poi nutrirsene, a sostegno del commercio locale.

Così è stato fino agli anni ’60, con attività agricole molto limitate. 

Tutto poi è cambiato quando la capitale del Brasile, nel 1960, è stata spostata da Rio De Janeiro a Brasilia, facendo diventare la zona centro-occidentale del Paese il centro delle nuove attività economico-commerciali. 

Questo ha portato l’attenzione del governo in alcune zone dove fino ad allora, lo sviluppo era soltanto locale e di sussistenza. 

Se tutto questo da un lato ha portato progresso anche nelle nuove tecniche di coltivazione, legate anche all’intervento scientifico di alcuni ricercatori, allo stesso modo la biodiversità dell’ecosistema si è vista minacciata a causa del sorgere di nuove realtà urbane. 

Oggi il “cerrado” rifornisce di risorse legate all’allevamento per una percentuale pari al 70% rispetto a tutto il resto del Paese, specialmente grazie agli interventi di miglioria per l’irrigazione del territorio, rendendola la regione più prospera per la produzione di cereali, soia, mais, riso e fagioli. 

Per questo motivo il Premio Nobel Norman Borlaug lo ha definito come uno degli ultimi territori del mondo dove è ancora possibile far sviluppare nuove forme di agricoltura. 

Tutto questo è meraviglioso, ma purtroppo l’equilibrio di questo ecosistema è tanto sostenuto quanto minacciato dalla mano dell’uomo, per due grandi problematiche: il disboscamento e gli incendi. 

Quando si pensa al “cerrado” si osserva la meravigliosa presenza degli alberi che sono visibili ma non si considera al grandissimo ecosistema del sotto suolo. Gli studiosi infatti, considerano la massa sotterranea quasi il doppio di quella che si vede in superficie. Inoltre, la savana, è in grado di fornire il 40 % dell’acqua dolce di tutto il Brasile, a causa anche della stagione delle piogge.

Questo spiega WWF

“In media, ogni anno vengono dissodati fino a un milione di ettari”, spiega il WWF. “Equivale a spazzare via un’area delle dimensioni di New York City ogni mese”

I dati raccolti in relazione all’anno 2021 non sembrano mostrare alcun tipo di miglioramento e molto spesso, alcune specie di flora e fauna, non fanno in tempo ad essere scoperte che vengono subito distrutte.

Purtroppo un’altra grave problematica è quella legata agli incendi. Infatti, ogni anno, nella regione si verificano oltre 50.000 incendi disastrosi, che fino ad oggi hanno distrutto una superficie di 4.000 km². 

Secondo i dati raccolti da “DETER” (un software satellitare sviluppato dall’Istituto Nazionale Brasiliano per la Ricerca Spaziale INPE), uno spazio grande circa due volte la superficie di Londra, è stato perso solo tra gennaio e aprile dello scorso anno con un aumento di circa il 25% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Ma a questo punto cosa possiamo fare? 

Qualcosa c’è.  La grande presenza di coltivazione di soia, che si ritrova in moltissimi alimenti di cui ci nutriamo ogni giorno, consentirebbe all’ UE, di dare una svolta inserendo questi territori nelle nuove leggi a tutela e salvaguardia del patrimonio naturale. Questo aiuterebbe i governi a combattere l’aggressione dell’inquinamento verso questi ecosistemi così rari e preziosi.

La savana non può più attendere. 

Martina Astone